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Treccani
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Stalin, Iosif Vissarionovič

Stalin 〈stàl'in〉, Iosif Vissarionovič. - Pseudonimo del rivoluzionario e uomo di stato sovietico I. V. Džugašvili (Gori, Tiflis, 1879 - Mosca 1953). Di modeste origini familiari (il padre calzolaio e la madre lavandaia), dal 1894 al 1899 frequentò il seminario teologico di Tiflis. Qui, nonostante la severa vigilanza, poté familiarizzarsi con le idee liberali e poi rivoluzionarie, attecchite prontamente nel Caucaso, luogo di deportazione di condannati politici. Nel 1898 s'iscrisse all'organizzazione segreta socialista di Tiflis, ciò che un anno più tardi gli valse l'espulsione dal seminario; cominciò allora l'attività politica e organizzativa vera e propria, che nel 1902 doveva portarlo al carcere di Batum, poi in Siberia. Tornato nel Caucaso nel 1904, aderì al bolscevismo, partecipando poi agli avvenimenti rivoluzionarî del 1905. Da quest'epoca sino al 1917 S. (nonostante tre periodi di deportazione in Siberia, di cui l'ultimo durato dal 1913 al 1917 e trascorso a Kurejka sul basso Ienissei) emerse sempre più dall'attività provinciale di partito nel Caucaso, per imporsi sul piano nazionale. Nel 1912 fu chiamato a far parte del comitato centrale del partito; nel 1913 con il saggio Marksizm i nacional′nyj vopros ("Il marxismo e il problema nazionale", 1913), nel quale svolse le idee di Lenin sul problema delle nazionalità (valutate come importante fattore di dissoluzione dello stato multinazionale zarista), acquisì una certa notorietà negli ambienti rivoluzionarî. Tornato a Pietrogrado nel marzo 1917, assunse con Kamenev la direzione della Pravda, aderendo in aprile alle tesi rivoluzionarie di Lenin. Membro del Politbjuro dall'ott. 1917, dopo la rivoluzione fu commissario del popolo alle Nazionalità (1917-23) e commissario del popolo all'Ispezione operaia e contadina (1919-23). Nel 1922 assunse la carica di segretario generale del comitato centrale, posizione di carattere più organizzativo che politico, che gli permise di esercitare un crescente controllo sull'apparato del partito e dello stato. Dopo la morte di Lenin, S. intraprese un'accanita lotta contro Trockij; base ideologica del contrasto fu la contrapposizione fra la teoria staliniana del "socialismo in un solo paese", incentrata sull'autosufficienza della rivoluzione russa, e la visione rivoluzionaria di Trockij, che inseriva il processo di edificazione del socialismo in un più ampio fenomeno di carattere internazionale. Consolidata la propria posizione personale nel partito dopo l'espulsione di Trockij (1927), S. annientò ogni forma di opposizione interna provocando l'allontanamento dalle cariche direttive dei principali protagonisti dell'epoca rivoluzionaria, sottoposti nella seconda metà degli anni Trenta ai grandi processi politici; a partire dal 1928, l'azione repressiva colpì anche ampî settori del mondo produttivo, militare, intellettuale, ecc. Al tempo stesso S. promosse la radicale trasformazione della struttura economica russa, attraverso la collettivizzazione dell'agricoltura e l'avvio a tappe forzate del processo di industrializzazione del paese. Sul piano internazionale, dopo una fase di isolamento nei primi anni Trenta e l'avvicinamento alle potenze occidentali verso la metà del decennio, nel 1939 S. promosse un'alleanza con la Germania nazista, che riportò la Russia a una politica espansionistica, ma non servì ad allontanare da essa l'aggressione militare. La guerra contro la Germania di Hitler, nel corso della quale S. fece leva sui valori tradizionali, quali la coscienza patriottica e la solidarietà slava, ne mise alla prova le doti come capo politico-militare. Discussa e incerta è la parte che realmente S., capo del governo e comandante delle forze armate dal 1941, ebbe nella formulazione strategica della guerra; certo, straordinarie si dimostrarono le sue doti di trascinatore, e comunque furono di buon livello gli alti ufficiali di cui si circondò. Grazie alla vittoria sulle forze nazi-fasciste S. raggiunse una posizione di grande prestigio internazionale, sancita dalla partecipazione alle conferenze di Teheran, Jalta e Potsdam. In seguito all'instaurazione nei paesi dell'Europa orientale di regimi comunisti, alla formula ideologica del socialismo in un solo paese S. sostituì quella di un "campo socialista" minacciato dalle forze dell'imperialismo: le condizioni create dalla guerra fredda servirono da giustificazione al rigido accentramento imposto ai partiti comunisti al potere (creazione del Cominform, rottura con Tito, epurazione in seno ai partiti comunisti polacco, cecoslovacco, ungherese). A questa nuova strategia S. diede giustificazione teorica nella sua ultima opera, Ekonomičeskie problemy socializma v SSSR ("Problemi economici del socialismo nell'Unione Sovietica", 1952). La morte colse S. mentre il problema dei rapporti con l'Occidente e col nuovo mondo comunista (Cina, Iugoslavia, ecc.) era giunto a un punto morto e nella stessa Unione Sovietica tornavano a farsi sentire fortemente motivi di crisi economica e sociale, conseguenti alla ferrea politica staliniana di predominio assoluto dell'industria e del mondo operaio sull'agricoltura e sul mondo contadino. Il tentativo staliniano di schematizzazione del marxismo ebbe diffusione e fortuna attraverso le numerose edizioni di Ob osnovach leninizma ("Principî del leninismo", 1924) e di K voprosam leninizma ("Questioni del leninismo", 1926). Le opere di S. fino al 1934 sono state pubblicate a Mosca (Sočinenija, 13 voll., 1947-51; trad. it. 1949-56), gli scritti successivi sono stati pubblicati a Stanford dalla Hoover institution on war (Revolution and Peace, 3 voll., 1967).
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