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Medea
Medea Eroina della mitologia greca, figlia di Eeta, re della Colchide (regione in gran parte corrispondente all'attuale Georgia). Già Pindaro la ricollega a Giasone e alla leggenda degli Argonauti. la leggenda Quando Giasone sbarcò con gli Argonauti in Colchide richiese il vello d'oro a Eeta. Questi glielo promise a patto che domasse due tori dalle unghie di bronzo spiranti fiamme dalle narici, li aggiogasse all'aratro per seminare denti di drago in un campo sacro ad Ares e combattesse poi in armi con i giganti che ne sarebbero nati. Grazie alle arti magiche di M., innamorata di lui, Giasone superò le prove e conquistò il vello d'oro. M. divenne la sposa di Giasone e si recò con lui a Iolco (od. Volo), dove lo aiutò a vendicarsi del padre Pelia che lo aveva costretto alla spedizione del vello d'oro. Cacciata poi da Iolco con Giasone, si rifugiò a Corinto. Successivamente fu ripudiata dal marito, del cui tradimento si vendicò facendo morire la nuova sposa Glauce e il padre di lei Creonte, re di Corinto, e uccidendo i due figlioletti avuti da Giasone, Mermero e Fere. Quindi fuggì ad Atene, dove convisse con Egeo fino all'arrivo del figliastro Teseo, che cercò di corrompere. Bandita da Atene, tornò con il figlio Medo, avuto da Egeo, in Colchide, dove fece uccidere Perse che aveva spodestato Eeta. Secondo una tradizione M. poi, trasportata nei Campi Elisi, si sarebbe là unita ad Achille. la letteratura e la simbologia La leggenda di M. ebbe nell'antichità molte varianti: M. era ricordata soprattutto come grande maga e assassina dei suoi figli per gelosia e per amore oltraggiato. Ispirò Pindaro (nella Pitica IV), Euripide nella tragedia omonima e nel perduto Egeo, Eschilo e Sofocle (le cui tragedie non ci sono pervenute), Apollonio Rodio nelle Argonautiche e, tra i latini, le tragedie per noi perdute di Ennio (Medea exul) e Ovidio, la Medea di Seneca e le Argonautiche di Valerio Flacco. Anche Lucano aveva scritto una Medea, non compiuta. La Medea di Euripide, rappresentata nel 431 a.C., è all'origine della tradizione letteraria che rappresenta M. nel momento centrale della sua leggenda, quello della vendetta contro Giasone infedele e dell'uccisione dei propri figli. M. diventa così, fino ai tempi moderni, il simbolo della madre che, contro natura, arriva a uccidere i figli che lei stessa ha partorito. Nel Novecento sono da ricordare il dramma Lunga notte di Medea di C. Alvaro (1949) e il film Medea (1970) di P.P. Pasolini. Nella psicoanalisi è chiamato complesso di M. il desiderio materno di uccidere i propri bambini, per motivi solitamente collegati a sentimenti di odio verso il padre dei bambini stessi.