Nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989 i carri armati dell’esercito cinese caricano una folla di manifestanti in Piazza Tienanmen a Pechino. È la tragica fine del movimento di protesta noto come Primavera Cinese. Dagli anni ’50 fino alla metà degli anni ’70, la Cina segue una politica economica di stampo strettamente comunista. È lo Stato a gestire i mezzi di produzione e a distribuire le risorse. Non esiste la libera concorrenza e i contatti con l’Occidente sono molto limitati. Nel 1976 sale al potere Deng Xiaoping, un politico di idee moderate. Deng promuove una serie di riforme, con lo scopo di introdurre in Cina alcuni elementi dell’economia di mercato: incoraggia l’iniziativa privata nella gestione delle aziende e apre alle importazioni tecnologiche da altri Paesi. Dopo oltre vent’anni di opposizione al capitalismo, Deng dà inizio a un processo rivoluzionario che lui stesso riassume in una frase epocale: “Arricchirsi è glorioso”.

La trasformazione economica ha il suo prezzo: se da un lato arricchisce le nuove fasce di lavoratori specializzati, dall’altro genera disoccupazione e instabilità per grandi masse di contadini ed operai. L’apparato di potere del Partito Comunista Cinese, fortemente autoritario, è incapace di far fronte al malcontento della gente. La tensione sociale cresce fino a sfociare in uno scontro aperto. Tra l’aprile e il maggio del 1989, migliaia di studenti universitari e comuni cittadini manifestano per le vie di Pechino contro il governo: si tratta di quella che verrà ricordata come la Primavera Cinese. È un movimento di protesta generica, privo di obiettivi specifici e di un leader riconosciuto. La contestazione raggiunge il culmine quando gli studenti occupano Piazza Tian’anmen. Il 20 maggio, Il governo decide di dichiarare la legge marziale.

La Cina è un paese di oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti, e per scoraggiare la possibile diffusione della protesta in altre zone del Paese il primo ministro Li Peng dispone l’intervento dell’esercito. Nella notte del 3 giugno i cingolati marciano per le strade della città e assediano Piazza Tienanmen. Per ore le raffiche di mitra risuonano lungo le strade di Pechino: i soldati uccidono e arrestano centinaia di studenti e lavoratori. Secondo le stime delle autorità cinesi muoiono 200 civili, ma secondo la Croce Rossa le vittime sono 2600. I fatti di Tian’anmen, sebbene mostrino la difficoltà della Cina a misurarsi con la democrazia, non ne minano la stabilità. Il suo lento ma ordinato rinnovamento politico la renderà in pochi anni il Paese economicamente più dinamico del pianeta.
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