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Lisippo
Lisippo 〈-ʃ-〉 (gr. Λύσιππος, lat. Lysippus). - Scultore greco (n. Sicione 370 a. C.). Fu attivo nell'età di Alessandro Magno, che ritrasse in numerose opere. Fu principalmente un bronzista, ma non possediamo di lui alcun originale; il suo stile ci è tuttavia sufficientemente noto da alcune copie. Dedicò molta attenzione ai particolari e seppe trovare un accordo armonioso tra le proporzioni del corpo e la postura, conferendo una più naturale dinamicità alla figura; mirò a riprodurre gli uomini non quali erano, ma quali apparivano all'occhio, affermando con ciò l'originalità della visione artistica. La più famosa copia rimasta è l'apoxyòmenos (ora ai Musei Vaticani). Vita. Più giovane di Scopa e di Prassitele, lavorò molto a Sicione ma anche in altri centri della Grecia. Plinio pone l'acme della sua carriera artistica nell'olimpiade 113a (328-324 a. C.), ma poiché sappiamo che eseguì un ritratto di Seleuco Nicatore, dobbiamo pensarlo attivo fino alla fine del secolo. Duride di Samo lo dice formatosi al di fuori di ogni scuola e senza un maestro, bensì studioso della natura dietro il consiglio di Eupompo; ma certo, a Sicione, dovette risentire l'influsso della tradizione policletea e della grande plastica argiva. Ebbe vari scolari, prima di tutto i figli Boedas, Daippo ed Euticrate, e poi Fanide, Eutichide, Carete. Opere. Un prezioso caposaldo per la conoscenza di L. è la statua dell'apoxyòmenos, rappresentante cioè un atleta in atto di detergersi con lo strigile, opera riconosciuta in una statua marmorea, dal ritmo spaziale e dinamico, trovata in Trastevere, copia dell'originale bronzeo che Plinio ricorda nelle Terme di Agrippa e che Tiberio volle trasportare nel palazzo sul Palatino, ma che dovette ricollocare a posto per le proteste dei Romani. La statua marmorea di Agias trovata a Delfi e facente parte di una serie di statue dei membri di una famiglia tessalica di Farsalo, dedicata tra il 338 e il 334 a. C., è ritenuta copia o derivazione di una simile bronzea, che ci è attestata da un'iscrizione firmata da L. a Farsalo; essa mostra uno stile meno maturo di quello dell'apoxyòmenos, cui si sono invece avvicinate come opere lisippee un tipo statuario di Ermete in atto di allacciarsi il sandalo, con una gamba alzata e il piede poggiato su un rialzo roccioso; la copia bronzea dell'Ermete giovinetto, seduto su una roccia, ma in una posizione instabile, trovata a Ercolano; l'Ares Ludovisi (Museo nazionale romano), seduto, stringentesi un ginocchio fra le mani, pieno di contenuta energia. Di contro l'elasticità ritmica è alla base di una creazione, nota in più copie, raffigurante Eros che incorda l'arco, che si ritiene l'Eros del tempio di Tespie in Beozia. Fra le molte statue raffiguranti Eracle che le fonti attribuiscono a L., forse quella che era nell'agorà di Sicione ci è pervenuta in copie marmoree (fra cui quella eseguita da Glicone, ora al Museo archeologico nazionale di Napoli; in essa Eracle è raffigurato stante, nudo, appoggiato alla clava in atteggiamento di riposo). Un Eracle colossale in bronzo era a Taranto e fu trasportato a Roma da Fabio Massimo; uno molto piccolo, alto meno di un piede, e anche in bronzo, appartenne ad Alessandro Magno, che lo portava con sé; era detto epitrapèzios ed è noto in copie. L. fu ritrattista aulico di Alessandro e lo raffigurò sia in posa eroica, in piedi, con l'asta e con il volto rialzato, tipo di cui è rimasto il ricordo in bronzetti; sia a cavallo fra una schiera di cavalieri in un gruppo bronzeo (forse raffigurante la battaglia del Granico) che Metello Macedonico portò a Roma e collocò nel Portico di Ottavia (forse ispirato a questo tipo è il bronzetto di Ercolano oggi al Museo archeologico nazionale di Napoli); sia in un gruppo eseguito insieme con Leocare e votato da Cratero a Delfi, raffigurante l'aiuto portato da questo ad Alessandro assalito da un leone in una caccia. CONTINUA_A_LEGGERE_MARKER