24 dicembre 1979: l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. Inizia una lunga guerra, che in dieci anni provoca oltre un milione di morti e quasi sei milioni di profughi. Il 27 aprile 1978, un colpo di Stato abbatte il governo di Mohammed Daoud Khan, che da cinque anni si oppone all’influenza nella politica afghana della confinante Unione Sovietica. Il colpo di Stato porta al potere Noor Mohammed Taraki, leader di un partito di ispirazione marxista e uomo sostenuto da Mosca.La sua politica, laica e socialista, incontra l’opposizione dell’ala più intransigente degli islamici afghani, che organizzano la resistenza armata dei mujaheddin, “i combattenti per la fede”. Gli USA, che da decenni si contendono con l’URSS il controllo della politica mondiale, finanziano i mujaheddin in funzione anti-sovietica. Il 14 settembre 1979 il presidente Taraki viene rovesciato: il suo posto è preso dal primo ministro Hafizullah Amin, che apre al dialogo con i mujaheddin e con gli USA. Per non perdere il controllo dell’Afghanistan, il leader sovietico Leonid Breznev decide di invadere il Paese. È il 24 dicembre 1979. Nell’arco di tre giorni, l’Armata Rossa sovietica conquista Kabul, la capitale afghana. Gli USA reagiscono promuovendo un embargo contro l’URSS, e decidendo di boicottare le Olimpiadi di Mosca del 1980. La resistenza afghana è sostenuta da armi e denaro statunitensi, e combattuta anche da volontari islamici provenienti dai paesi arabi. Presto si trasforma in jihad, una guerra santa contro i sovietici considerati nemici dell’Islam.

I mujaheddin costringono i nemici a combattere sulle impervie montagne afghane, dove l’Armata Rossa non può sfruttare la propria superiorità tecnologica. Tra i guerriglieri emergono figure che diventeranno leggendarie nel Paese, come quella di Ahmad Massud, chiamato il Leone del Panshir. I sovietici subiscono pesanti sconfitte e, nonostante gli iniziali successi, non riescono a prendere il controllo dell’intero Paese. La difficile gestione della guerra si somma ai gravi problemi interni dell’Unione Sovietica, che negli anni ’80 è vicina al collasso economico e politico. Di fronte ai continui successi dei mujaheddin, il 20 luglio 1987 l’Unione Sovietica annuncia il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Il 15 febbraio 1989 il ritiro dell’Armata Rossa è completato. L’Afghanistan esce dal conflitto in ginocchio: dopo un’aspra guerra civile, il potere sarà preso dai talebani, fondamentalisti religiosi che governeranno secondo la legge islamica. La dura sconfitta politica e militare acuisce la crisi dell’URSS: gli USA si avviano a diventare l’unica superpotenza sullo scenario mondiale.
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